Ricerca nel setting. Studi sul singolo caso: soggettività e conoscenza psicoanalitica, R.D.Hinshelwood, Research on the Couch. Routledge, London. Cura dell’edizione italiana di Stefania Marinelli, FrancoAngeli

 

 

R.D.Hinshelwood
FrancoAngeli 2014
Research on the Couch. Single Case Studies, Subjectivity, and Psychoanalytic Knowledge,
R.D. Hinshelwood. London: Routledge

Per notizie, il sito dell’editore: www.FrancoAngeli.it

Per recensioni on line:

www.argo-onlus.it/rivista Gruppo: Omogeneità e differenze
www.funzionegamma.it, Site

Di seguito il

• testo della Presentazione dell’edizione italiana a cura di S.Marinelli

• la locandina per il Convegno di Presentazione del libro alla Sapienza Università di Roma

• con alcuni testi delle relazioni dell’autore e relatori

 

• Presentazione dell’edizione italiana

di Stefania Marinelli

Un aneddoto fra i più espressivi di quelli riportati narra che Einstein consegnò ai suoi ricercatori la formula della equazione della relatività per la verifica sperimentale e che i collaboratori tornarono affranti dopo avere fatto le prove dicendo sconcertati “Maestro, in natura l’equazione non può essere provata”. E Einstein rispose: “La natura si adeguerà!”

Di sicuro una notevole prova dell’ottimismo della scienza e della conoscenza!

Il libro, prezioso per gli psicoanalisti quanto per il lettore comune, per gli allievi in formazione, in generale per tutti coloro che sono interessati alla ricerca, tratta il delicato tema della ricerca in psicoanalisi e sulla psicoanalisi.

Il modo particolarmente acuto e vivo di accompagnare il lettore in un paesaggio difficile e complesso, rivela la semplicità amorevole di chi rispetta l’oggetto della trattazione: la vita psichica e anche il bisogno di rendere rigorosa la sua conoscenza e la ricerca; il lato umano del dolore e anche la fiducia nella conoscenza; la centralità del legame; la difficoltà della trasformazione oggettiva di una conoscenza che approccia il valore unico dell’esperienza soggettiva, ma anche il ricorso metodologico alla formulazione di un modello per la ricerca concettuale e il confronto clinico.

La dettagliata messa a confronto fra il ragionamento oggettivo e la considerazione dell’esperienza soggettiva, fra i procedimenti della scienza e quelli del metodo psicoanalitico, fra la causalità scientifica e l’ermeneutica, sono continuamente presenti nell’esposizione e variamente declinati. La storia della teoria e della natura intrinseca al metodo psicoanalitico, che circolano nelle varie argomentazioni, fanno uno sfondo discreto che anima un discorso tanto logico e serrato quanto originale e “democratico”. Non manca una quota di ironia e autoironia.

Un resoconto ragionato sui primi progetti storici di ricerca sperimentale introduce temi e problemi della ricerca psicoanalitica e la descrizione delle correnti di pensiero attivate dalle nuove richieste della cultura scientifica.

I problemi presentati sono discussi in modo originale: Se la psicoanalisi è o non è una scienza, è significativo? Se sì, la psicoanalisi può dare una risposta? Può fare un processo di riordino del suo campo teorico, e rispondere alla richiesta di scientificità con un modello coeso e affidabile, corresponsivo, come è già nella intrinseca natura della sua ricerca, alla richiesta di “testing”? E può fare questo senza perdere la sua specificità – unica – di trattare l’esperienza soggettiva (non materiale e misurabile come quella fisica)? La psicoanalisi può sintetizzare i suoi aspetti scientifici ed ermeneutici? Può superare i problemi del “pluralismo” teorico? E può fare un confronto dialettico con l’esterno, disciplinare e sociale, non psicoanalitico, e misurarsi con la richiesta di prove?


O, infine, la psicoanalisi può considerare che “… allo stesso tempo potrebbe ben essere edificante che è un tipo di conoscenza suo proprio”.

Il libro offre uno stile di ragionamento che corrisponde in modo serrato con questi interrogativi e propone un modello logico, praticabile per la discriminazione teorica e per la ricerca empirica nel campo clinico, indicando al lettore più piani e direzioni di senso, di informazione e di pensiero, anche con efficaci esempi storici, teorici, e clinici, presentati in modo chiaro.

Il fulcro organizzante che incardina il ragionamento sul modello logico verte sull’analisi della interpretazione, come elemento maggiormente distintivo della ricerca psicoanalitica rispetto alle altre teorie e trattamenti: la struttura dell’interpretazione deve corrispondere al modello sia teorico sia operazionale secondo una metodologia individuabile e definita. A tal fine è presentata e discussa una proposta di protocollo possibile per la ricerca concettuale e la verifica clinica.

La lettura dà l’impressione di un andamento sinfonico, nel quale i temi procedono attraverso una complessità espressiva polisemica. Una orchestrazione sinfonica; ma anche una “caccia al tesoro”, così potrei definire questo testo: uno scenario articolato e coinvolgente, e una promessa di trovare una conclusione positiva, se saranno rispettate alcune condizioni.

La sinfonia è definita dal Vocabolario della Lingua Italiana Treccani, come:

1. a. poet. Complesso armonico di suoni e voci…b. In musica, composizione per orchestra… una composizione solo strumentale, con carattere introduttivo per un’opera, un oratorio o una cantata…[che] si stabilizzò nello schema tripartito allegro-adagio-allegro e si sviluppò anche come autonoma composizione da concerto, svincolandosi da funzioni introduttive…si caratterizza per l’impiego di una compagine orchestrale ampia e complessa, per la ricchezza sonora e per la valo- rizzazione dei caratteri peculiari che sono propri delle diverse famiglie orchestrali così da divenire uno dei mezzi espressivi più tipici e significativi …2. Fig. a. letter. Complesso armonicamente strutturato di elementi omogenei….

I temi trattati nel libro, come un refrain circolare che rivive (in senso causativo) la circolarità inconscia con la quale il lettore resterà in contatto per tutto il tempo, o istante, della lettura, per esserne illuminato ‒ circolano continuamente, aiutati dal linguaggio e dal suo uso.

È un linguaggio che usa molti mezzi, da quello anglosassone pragmatico e chiaro della parola, alla ripetizione che incrementa il senso; dal legame semantico dei termini, alla loro semiosi, in quanto contenitori di elementi che afferiscono ad una rete di significazioni. Un linguaggio che si sottrae alle parole e all’organizzazione formale del discorso, si sottrae alle parole già dette e ai pensieri già pensati, perché il discorso, ora sommerso, ora riemergente, ora ripetuto, ora sottinteso, ora soggiacente, possa restare sempre vivo nel reticolato del senso, come istante dell’esperienza (il contatto). E perché l’oggetto dell’esperienza (l’atto o l’attimo psicoanalitico) sia presente, si trovi lì dove è pronto ad essere, nella forma del desiderio di conoscenza e anche di affetto che anima il legame di conoscenza: sia lì dove l’intelligenza creativa del lettore lo collocherà e lo troverà. Dunque una scrittura (il primo esempio è stato quello di Freud) che fa della ribalta scientifica, come della propria vita, un esempio di comunicazione psicoanalitica.

Il lettore, forse sfidato dalla complessità, non è però abbandonato alla mancanza: se non quella che lo rende consapevole di ciò che avviene nella sua mente, in presenza di una esperienza; una mancanza che non satura la mente, ma la libera, in vista di un possibile incontro con un oggetto da conoscere e di cui fare esperienza.

Sinfonia abbiamo detto. E anche caccia al tesoro. Il testo promette una esperienza finale a lieto fine; troveremo una possibile soluzione al problema della ricerca in psicoanalisi e sulla psicoanalisi: il modello logico, utile al test, ma anche alla ricerca psicoanalitica più in generale e alla coerenza e coesione disciplinare. Un metodo di ricerca e di verifica utile alla discriminazione fra conoscenza/credenza e conoscenza/riconosciuta, e fra fedeltà affettiva dei singoli psicoanalisti e dei gruppi/scuole psicoanalitici e capacità di accettare la sfida della richiesta sociale di test e riordino, o ridefinizione. Uno sforzo metodologico costruttivo e generoso.

E il lettore sarà stato partecipe e consapevole. È un bel problema infatti conoscere. È un bel problema vedere il problema. È un bel problema sapere perché una disciplina, che ieri era al suo esordio talmente idealizzata, fatichi oggi a dare una risposta unitaria e coerente ai problemi (le critiche, i dubbi, i sospetti, le incertezze) che si presentano, ma ne sia anche utilmente sfidata.

 Il testo contiene una notevole quantità di affondi nei diversi campi che compongono il quadro di riferimento della ricerca psicoanalitica: campi storici e teorici della tradizione specifica, ma anche campi scientifici, empirici e sperimentali per rappresentare e analizzare l’approccio e il metodo conoscitivo. O anche suggestioni dagli esperimenti in medicina e psicologia e dalle metodologie del campionamento. E rievocazioni dalla tradizione scientifica, come l’esempio della rivoluzione di Copernico e delle scoperte di Galileo, le osservazioni di Newton piuttosto che quelle di Darwin, o la scoperta della forma della Terra ad opera delle navigazioni di Colombo.
Gli esempi storici, teorici, e clinici sono presentati in modo chiaro. Inoltre alcuni aspetti forse dimenticati o trascurati della storia della teoria psicoanalitica e di quella più recente relativa alle nuove esigenze della cultura sociale e della nuova idea di scienza, sono esaminati e riportati alla luce con cura. Alcuni, derivati dai tentativi di indicare la complessità viva del corpo teorico psicoanalitico, sono geniali – come l’idea di adottare per la ricerca e la verifica scientifica e il confronto delle teorie fra loro, la distinzione dialettica fra teoria clinica e teoria epistemologica. O il contrasto fra il rispetto della teoria psicoanalitica classica e l’indicazione delle evoluzioni prodotte dalla ricerca, come per esempio la contrapposizione fra il funzionamento “automatico” dell’inconscio freudiano e il funzionamento mentale “superiore” nell’inconscio ‒ ricavato dall’esempio di una analisi personale in cui viene recuperato un ricordo rimosso al fine di favorire il pensiero, l’affetto e la verifica della relazione psicoanalitica (Capp. 2 e 14).

Il lettore non incontrerà nella lettura pensieri dati per scontati, definizioni e didascalie, ragionamenti, e idee estranee. Il lettore è anche autore di pensieri: un merito “bioniano” dell’autore, pur se noto per i suoi studi kleiniani (vedi il suo Dizionario di psicoanalisi kleiniana) ‒ qui nel senso dell’idea di Bion della reciprocità psichica della relazione di ricerca analitica, come della relazione intrapsichica; infine, nel senso della reciprocità della relazione contenitore-contenuto degli oggetti psichici, come qualità biunivoca di tutta l’esperienza mentale. Dunque relazione reciproca fra il discorso dell’autore e quello del lettore, e quindi anche un merito del lettore.

Non entrerò nel merito del valore intrinseco (culturale, psicoanalitico, sociale, e di aggiornamento disciplinare) del testo, questo è lasciato all’inventiva personale del lettore e al suo incontro con l’esposizione dei temi e la loro trattazione.

Mi limiterò a dire che le informazioni sono esaustive e dettagliate nei vari campi convocati a rappresentare i problemi attuali della ricerca e quelli specifici per la psicoanalisi.

La mappa della trattazione è annotata con cura per il lettore/ricercatore, con brevi annunci dei temi trattati e sommari conclusivi: dalla storia dei primi tentativi di progetti di ricerca psicologica e psicoanalitica, con l’enucleazione dei temi e il ragionamento sui risultati ‒ alle correnti di pensiero attivate a partire da quel campo di stimolazione, che hanno anche complessizzato il campo teorico psicoanalitico, i suoi contrasti, le difficoltà, e anche la creatività. Dal dialogo con i problemi del “pluralismo” teorico e il bisogno di corrispondere con una nuova coerenza ‒ al confronto dialettico con le esigenze del dialogo verso l’esterno non psicoanalitico, con i pensieri, bisogni, sentimenti che lo formano e mediante i quali la psicoanalisi è guardata. Uno sforzo notevole è compiuto dall’autore per convocare questi e molti altri elementi per il lettore/fruitore, nei termini di restituire la complessità dello scenario e la fiducia di poterlo attraversare dando una risposta e proposta attive. E soprattutto per restituire l’esperienza unica della psicoanalisi, che sta nella scoperta soggettiva dell’esplorare: meglio se senza paura (ma il timore potrebbe essere un enzima facilitante), ciò che è sconosciuto, o almeno essendo consapevoli che lo sconosciuto intimorisce. Di meno e con maggiori possibilità trasformative e di verifica, se siamo all’interno di una relazione. La condivisione rende probabilmente più viva e nutriente l’esperienza di pensare.

A quanto pare, se parliamo di psicoanalisi, l’esperienza, se c’è, è priva di parole. Nel senso di Lacan? No, non necessariamente: l’esperienza (dell’inconscio, e insomma, del contatto) è priva di parole, ma le parole possono alludere alla sua presenza, o prepararci al suo incontro.

Groddeck, una vecchia storia delle tradizioni di studi psicosomatici, diceva che ogni cellula del nostro corpo ha un’anima… beh, non era una esagerazione, se consideriamo lo sforzo di amore vitale che la conoscenza e la ricerca psicoanalitiche possono produrre, quando, dallo studio dell’esperienza soggettiva profonda, tentano di “prendere per la vita” (Corrao) chi si è rivolto alla psicoanalisi per chiedere un cambiamento. Lo sforzo è fatto insieme al lettore e alla sua cultura sociale.

Il mezzo? Il linguaggio: non azione, non obiettività, non rappresentazione narrativa, ma parola, o contegno, che si trovano presso l’esperienza: là dove l’esperienza si trova (se si trova), eccola, è questa. Non diremo nulla. Esiste. Nel suo giusto contesto, che abbiamo rispettato. Perché di questo si tratta: individuare gli elementi di un contesto, rispettarlo, contribuire a renderlo possibilmente creativo o evolutivo.

Il nostro autore/psicoanalista/Einstein, in attesa che la Natura si arrenda all’evidenza, non è così protervo (la ὓβρις) da dichiarare che la psicoanalisi debba stare tranquilla e certa in una torre d’avorio, sdegnosa verso chi la vitupera o la attacca. O in una Torre di Babele, confusa dai cambiamenti culturali. O in un santuario soccorrevole verso gli increduli. La psicoanalisi sta dove deve stare – nell’incertezza della ricerca e nella fiducia della ricerca, della razionalità del conoscere e del comunicare, per contribuire ad una identità psicoanalitica specifica che continua ad essere produttiva e sociale, e può comprendere nuovi bisogni e nuove sofferenze sociali. Anche se per sostenere la soggettività dell’esperienza, e insieme il confronto epistemologico che reclama di definirla come scienza sì o no, deve rispondere alle diverse istanze di una disciplina, il cui oggetto di studio potrebbe non essere conscio. È inconscio.

Dunque, un libro che è di aiuto agli psicoanalisti, alla teoria, alla storia della teoria. E alla ricerca. Oltre che al lettore, artefice critico che si interroga sulla relazione fra l’eredità del passato, e le possibilità di comprensione attuale di un mondo culturale che si offre come tanto sicuro, quanto bisognoso di comprendere e continuare a pensare.

Ecco, la lettura ha inizio.

• Convegno ottobre 2014 per la Presentazione del libro con l’autore alla Sapienza Università di Roma

  

Relazione dell’autore
Lo strumento psicoanalitico

La ricerca del soggettivo

R.D. Hinshelwood

 

Sarebbe impossibile trattare un paziente senza apprendere qualcosa di nuovo: sarebbe impossibile ottenere un insight fresco senza percepirne i risultati benefici (Freud 1926a, p. 256).

 

Grazie per questa opportunità di dire qualcosa sul mio libro. Inizierò giusto descrivendo come è stato pubblicato. Il libro proviene da una mia preoccupazione che noi come analisti non vediamo tutti le stesse cose nei nostri pazienti; e che la differenza nasce dagli analisti, non solo dalle differenze nei pazienti.

Nel 1994 David Tuckett, che fu poi l’editore dell’International Journal of Psychoanalysis, pubblicò gli atti di un simposio che aveva raccolto chiedendo a qualcosa come 31 analisti, di scrivere una risposta alla domanda: che cosa è il fatto psicoanalitico? Ed ebbe qualcosa come 31 risposte diverse! Ogni risposta era basata sulle singole teorie proprie di ogni analista. Tuckett nella sua introduzione espresse il suo sentirsi shoccato dicendo:

Dopo 75 anni [del Journal] è tempo non solo di rivedere la nostra metodologia per valutare le nostre verità, ma anche per sviluppare approcci che rendano possibile di essere aperti a nuove idee e al contempo essere in grado di valutarne l’utilità con argomentazioni ragionate. L’alternativa è la Torre di Babele (Tuckett 1994, 865).

Penso che sia giusto. Abbiamo bisogno di considerare quale tipo di argomentazione ragionata usiamo quando selezioniamo il nostro materiale per l’interpretazione (o la ricerca), e se abbiamo ragioni buone abbastanza per il nostro lavoro.

Gli psicoanalisti hanno il più rigoroso setting professionale, e ancora noi siamo i più inaffidabili osservatori di quello che avviene nei nostri setting. In questa presentazione posso solo cominciare a suggerire come potrebbe essere una “argomentazione ragionata” e proverò a tracciare un approccio più rigoroso, che potrebbe condurci lontano dalla Torre di Babele.

Molti altri scienziati direbbero che i nostri argomenti ragionati sono dubbi perché il nostro specifico materiale – è soggettivo. I campi della scienza obiettiva ordinari tendono ad avere metodologie differenti, basate su differenti metodi di osservazione. Non si può usare per le osservazioni biologiche di Darwin, lo stesso metodo usato per la fisica atomica. Quando Galileo sviluppò lo strumento, ora chiamato telescopio, osservò le lune di Giove, che non erano state mai viste prima. Questi diversi tipi di attrezzature producono forme di osservazione molto diverse. E in definitiva diverse ipotesi esplicative che sostengono le osservazioni.

Così ogni campo di studio ha bisogno per sé della sua propria argomentazione ragionata da sviluppare. Se il telescopio di Galileo era specifico per fare le osservazioni dei pianeti, qual è lo strumento equivalente per l’osservazione psicoanalitica della soggettività?

Poiché studiamo l’esperienza soggettiva, i nostri strumenti devono essere la nostra propria soggettività (v.Skogstad 2004). Le nostre osservazioni rilevano dati non misurabili. Sono, come disse Robert Caper (1988) “fatti immateriali”. Così i nostri dati sono esperienze personali, e, significativamente, devono essere le nostre stesse esperienze. Come sottolineava Rosenfeld:

Un prerequisito del trattamento psicoanalitico è che è necessario creare un contatto sufficiente con i sentimenti e i pensieri del paziente per sentire e sperimentare all’interno di sé quello che sta avvenendo nel paziente (Rosenfeld 1987, p.12)

Un paziente davvero comunica i suoi sentimenti all’analista, che deve essere “un delicato apparato ricevente” – questa idea viene dall’idea di Freud dell’inconscio dell’analista che riceve quello del paziente. Riguarda la nostra esperienza così come quella del paziente. Certo, come altro potremmo osservare la soggettività di qualcuno.

Può darsi che la psicoanalisi non sia una scienza nel modo stesso in cui lo sono la fisica e la chimica. I nostri dati sono soggettivi e non obiettivi, non misurabili nel tempo e nello spazio. Così, dovremmo liquidare la psicoanalisi come senza speranze inaffidabile, perché la sua conoscenza non può confrontarsi con la conoscenza che le scienze forti producono.

Al tempo stesso questa è la natura della nostra particolare conoscenza. Glen Gabbard ci incoraggia in questo senso,

In un’era di approcci alla cura maneggiati e stabiliti velocemente e di riduzionismo biologico rampante, possiamo derivare una quantità di gratificazione dal fatto che ancora vediamo il valore della soggettività, unico, della persona che viene da noi per aiuto (Gabbard 2000, p.713-714).

E’ una vera dichiarazione di fede nella unicità della psicoanalisi e l’importanza di studiare la soggettività.

Di più, quasi tutta la conoscenza che usiamo nel nostro lavoro all’origine proveniva dal lavoro chimico, così se accettiamo che il nostro strumento soggettivo è inaffidabile anche, allora abbiamo un problema serio: scaricheremmo tutte le nostre teorie come inaffidabili. E allora non avremmo nulla su cui contare quando siamo con i pazienti. C’è parecchio in gioco.

Il nostro unico focus è anche il nostro più grande problema 
Vi è un modo per superare questo problema, perché le nostre specifiche rivendicazioni siano più sicure? Potremo trovare un metodo parallelo alla scienza per supportare i nostri fatti, quelli soggettivi, anche se sono non misurabili? Questa era l’intenzione del mio libro, Research on the Couch: Single Case Studies, Subjectivity, and Psychoanalytic Knowledge. Volevo esplorare i modi di fare ricerca e ottenere conclusioni che possano portare ad una maggiore fiducia. Ho realizzato in questo modo che vi erano molte questioni epistemologiche da definire.

Essere intrappolati dal nostro lavoro unico nell’idea di essere parecchio sospetti, ha portato a disperare sul punto dei nostri metodi e ci siamo rivolti ad altri campi di lavoro, quelli della psicologia sperimentale, neuroscienze, e scienza sociale e così via. Questi ultimi possono essere estremamente utili, e di supporto, ma mettendo al centro questi metodi si spazza via la nostra forma di conoscenza, che richiede i nostri metodi unici di osservazione.

Vorrei qui discutere uno dei sospetti circa il nostro strumento soggettivo. Questo argomento è quello che esso conduce ad un’argomentazione circolare. Ognuno di noi ha le sue teorie favorite, e quelle teorie fanno parte della nostra soggettività. Sono quanto usiamo quando facciamo le osservazioni. Così usiamo le nostre teorie per selezionare il materiale che riteniamo significativo. Ma poi usiamo quel materiale come prova delle teorie che abbiamo giusto usato per la selezione. Facciamo un circolo logico – usiamo la nostra teoria per scegliere i dati, che sono usati poi per supportare la teoria introdotta per scegliere i dati.

Se selezioniamo il materiale in questa maniera per confermare le nostre teorie, tenderà sempre a dare i risultati che vogliamo. Allora abbiamo bisogno di un metodo di reperire il materiale che non confermi proprio la teoria in tutti i suoi esempi. Abbiamo bisogno di un metodo che riesca a discriminare quando una teoria è usata correttamente e quando non. E ciò significa pensare con fatica sulla selezione del materiale che usiamo.

Risposta all’interpretazione
Proprio al’inizio della psicoanalisi emerse un metodo per stabilire quale teoria fosse giusta o sbagliata. Nel caso di Anna O, Breuer enfatizzava la riduzione immediata di un sintomo mediante una abreazione ipnotica. Un cambiamento significativo si presentava dopo l’intervento. Freud continuò questo metodo di valutare la risposta all’interpretazione e divenne un metodo classico di verifica del lavoro di interpretare.

Noi abbiamo un setting estremamente rigoroso, quanto rigoroso è il laboratorio dello scienziato; e facciamo qualcosa che è simile agli scienziati nei loro laboratori. Essi conducono un esperimento impostando una situazione, poi fanno un intervento di qualche tipo e poi osservano il risultato. Ma questo è quello che faceva anche Breuer. Abbiamo una situazione standard nel nostro studio, facciamo un intervento – un’interpretazione – e osserviamo la risposta all’interpretazione. Questo processo in una seduta è lo stesso di un esperimento di uno scienziato nel laboratorio. Così potremmo sviluppare una argomentazione ragionata sulla base di una risposta ad un’interpretazione – ma questo deve permetterci di dire quando l’interpretazione è errata e quando è giusta.

Un principio fondamentale fu espresso da un analista inglese molti anni fa, per il quale

..un’interpretazione che coinvolge un’ipotesi clinica è corroborata quando la risposta ad essa può essere interpretata per mezzo della stessa ipotesi clinica (Wisdom 1967, p.46).

Questo è un criterio molto specifico mi sembra; ci servono insiemi di dati dopo l’interpretazione che potrebbero essere combinati con l’insieme di dati che hanno prodotto l’interpretazione. I due insiemi di dati, prima e dopo, sono da mettere a confronto con il medesimo criterio. Posso illustrarlo con un semplice esempio tratto dalla letteratura. Riguardava una parte della teoria edipica che era all’origine dell’interpretazione. L’analista dice che il paziente in modo tipico intrattenva una relazione di grande sottomissione con l’analista durante la seduta. Ma, anche, l’analista sapeva che

Il padre del paziente era morto quando il paziente era in una fase ribelle nell’infanzia lasciandolo con un senso di responsabilità inconsolabile che nasceva dalla sua ribellione e la coincidenza con la morte (Ezriel 1956**).

Allora l’ipotesi è che il paziente restasse sottomesso al fine di evitare un crollo delle sue fantasie infantili di uccidere il padre. Queste erano state rese reali nel passato; e il paziente doveva prevenire che non si realizzassero adesso con l’analista. Successivamente l’analista si annotava che:

..un paziente iniziava una seduta dando sfogo inconsciamente ai sentimenti ostili verso di me, in forma di attacco al governo.

L’ipotesi è che le fantasie omicide edipiche fossero attive nella seduta, nel transfert; ma inconsciamente spostate sul Governo inglese. L’analista fece l’interpretazione. Trovò che qualcosa cambiò nel paziente,

Dopo la mia interpretazione criticò la Clinica. L’oggetto del suo attacco si era spostato così più da presso alla mia stanza di consultazione, da Whitehall alla Tavistock Clinic (Ezriel 1951, p.33).

Il cambiamento così è che il transfert restava lo stesso – un attacco all’autorità. Ma ora era più vicino ad un attacco all’analista stesso. Stiamo così giudicando entrambe le ipotesi originali – l’apparente sottomissione all’analista – e il materiale dopo l’interpretazione – gli attacchi che diventavano più vicini all’analista, ma lo stesso criterio. Quel criterio è una rivalità edipica inconscia che soggiace nascosta nella relazione di transfert inconscia. E’ la stessa rivalità edipica, ma vi è un cambiamento nella sua espressione. Appare che il paziente ora può rischiare un attacco più diretto. Il materiale inconscio – la morte del padre – è arrivato più vicino alla realtà conscia della relazione in analisi.

L’interpretazione scorretta
E ora, sull’importanza di trovare una risposta che non conferma l’interpretazione. Proverò a dimostrare questo con del materiale clinico.

E. è uno navigato professionista di 45 anni che viene per una seconda analisi a causa di sentimenti depressivi nella sua vita, e una consapevolezza di non saper prendere decisioni adeguate per la sua vita, compreso ad esempio un ritorno alla cocaina allarmante. Lui era diabetico anche e il suo stile di vita lo induceva a assumere l’insulina in modo irregolare e aveva di tanto in tanto cadute ipoglicemiche quando non mangiava con regolarità. Mi disse che spesso questo gli accadeva in modo inaspettato, ed io gli chiesi anche qualche volta coa davrei dovuto fare se fosse accaduto in seduta. In più si addormentava sovente nelle sedute, con un suono profondo e, più allarmante, con apnee nel sonno. Anche questo mi preoccupava. Ero spesso preso dal senso di non avere risorse per aiutarlo.

In una seduta a metà della settimana, mi disse di un incontro che aveva avuto con un amico con il quale lavorava ad un progetto. L’amico faceva molto poco per il progetto, raramente contribuiva con quanto aveva concordato di fare per il progetto, ed era di fatto un uomo davvero inaffidabile. Il mio paziente comunque era straordinariamente ammirato e leale verso questo amico. In questa occasione mi trovai a pensare che paziente inaffidabile io avevo, che letteralmente si addormentava, sul progetto che conducevo insieme a lui. Sentivo un misto di irritazione che io lottassi tanto per fare qualcosa della sua analisi.

Ora, qui abbiamo certe cose sui dati che precedono l’interpretazione. Io ero impressionato da due cose

• la sua descrizione di un uomo inaffidabile con il quale il paziente tentava di sviluppare un progetto, e

• Sentivo spesso inaffidabile il mio paziente e che non contribuiva a sufficienza al progetto analitico per via del suo addormentarsi.

Sembrava che qualcuno avesse un partner inaffidabile in un progetto. Quella storia venne detta due volte, in due modi: prima nel materiale, nelle sue associazioni; e la seconda nei miei sentimenti di controtransfert. Penso che questa convergenza delle associazioni con il controtransfert sia importante. Indicano qualcosa di simile, lo stesso partner inaffidabile.

A me sembra che questi punti siano importanti per un principio sia del lavoro clinico sia della ricerca. Il controtransfert necessita di essere verificato alla luce delle associazioni presenti nella seduta. Così nell’esempio dato, vi era un sentimento nel mio controtransfert di una qualche irritazione per il modo con cui il paziente si poneva con me nel lavoro dell’analisi, e allo stesso tempo se verificavo questo alla luce del materiale del paziente, anche lui diceva di lavorare con un partner inaffidabile ad un progetto. Qui nelle mie note a quel tempo

Interpretavo il transfert lungo queste linee, confrontando come entrambi lottavamo per far andare un progetto, lui con il suo amico, e io con lui.

Ora quale fu la risposta?

Verificare la risposta
Se guardiamo alla risposta per dirci se l’interpretazione era accurata, che cosa ci aspettiamo? Prima darò la risposta in questo esempio e poi lo discuterò.

Era silenzioso, caratteristicamente, e poi prese a russare fino a che si svegliò con l’apnea e un pessimo ansimare nel respiro. Si ricordò di quel che aveva detto, e l’interpretazione, e cortesemente riconobbe il legame che io avevo creato. Sentii che mi stava rassicurando, anche in modo un po’ paternalistico verso di me. Continuò a dirmi come aveva lavorato con il suo amico tutta la sera e anche la notte. Spiegò come l’amico avesse bisogno di molti incoraggiamenti e rassicurazioni, e che il suo ruolo era quello di essere molto tollerante mentre faceva la maggior parte del lavoro

Bene, qui c’è una situazione in cui la risposta fu di continuare esattamente con lo stesso tipo di materiale, e di transfert, dopo l’interpretazione, e prima. Si era addormentato nel suo modo caratteristico, e poi rispondeva educatamente quando si svegliava. Non vi era cambiamento, così dovevo accettare che la mia interpretazione non era corretta.

Se seguiamo l’esempio dato prima dell’uomo che attaccava la Clinica invece del Governo, possiamo pensare che vi sia stata una conferma del cambiamento. Nel controtransfert mi sarei atteso di sentirmi meno irritabile. E nel materiale mi sarei aspettato meno lamenti sul suo amico inaffidabile, con forse qualcosa sul lavoro più condiviso fra loro.
Anche se il mio controtransfert cambiò in qualcosa – dal sentire lui inaffidabile, al sentire la sua rassicurazione paternalistica – ciò non era confermato dalla verifica del materiale, che non supportava l’aspettativa (o la previsione).

Mentre pensavo a lui che mi rassicurava, mi disse quanto il suo amico aveva grande bisogno di rassicurazione e incoraggiamento, e allora potei vedere un’altra doppia storia. La prima nel controtransfert, in cui sentivo di essere incoraggiato, e la seconda, sentivo la stessa storia dell’incoraggiare il suo amico, nella sua vicenda reale. Così, continuando con le mie note

Poi interpretai che lui stava tentando di dirmi che sentiva di essere stato molto tollerante verso le mie limitate capacità di contribuire all’analisi nel modo che lui si aspettava e di cui aveva bisogno. Ancora dissi che egli si sentiva molto fedele nel mantenere le cose che frattanto procedevano .

La questione adesso è quale è stata la sua risposta. Fu infatti piuttosto diversa.

Stavolta non cadde addormentato. Cambiò tema e disse di essere stato molto interessato al volo di due insetti nella stanza in cui stava lavorando e che stava provando a stimare la differenza nel ronzìo di ciascuno, che gli forniva pensieri sul progetto che stava portando avanti – era un progetto musicale. Io fui incoraggiato dal suo cambiamento di tema poiché mi aveva fatto pensare che qualcosa si stava muovendo.

Quella volta il mio controtransfert era cambiato. Mi sentivo incoraggiato a pensare che stavamo andando da qualche parte. Poi, nel suo materiale attuale, vi era una immagne di due insetti che ronzavano insieme. C’era ancora una doppia storia, un tipo di ronzìo insieme. E io mi sentivo incoraggiato, e la storia dei due insetti rappresenta un qualche lavorare insieme armonioso. Dunque direi che questa risposta conferma la predizione.

Non vi sono interpretazioni profonde, però penso che la risposta ad ognuna delle due era stata fortemente diversa. Dopo la prima, non vi era stato cambiamento, ma dopo la seconda vi fu un cambiamento, in linea significativamente con ciò che uno si aspettava.

Così con l’aiuto di questa illustrazione, ho provato a dimostrare come possiamo condurre una situazione che conferma oppure sconferma le nostre interpretazioni.

Conclusione
In questa presentazione piuttosto condensata, vi ho chiesto di far fronte al fatto che vi sono problemi seri nello studio dell’esperienza soggettiva, il campo di studio della psicoanalisi. Abbiamo bisogno di essere consapevoli di questi svariati problemi e qui io ho descritto come l’uso della nostra propria soggettività può essere protetto contro distorsioni indebite, che nascono dai desideri soggettivi dell’analista stesso, che desidera dare ragione alle sue teorie.

Ho indicato un elemento che è il nostro bisogno di essere più rigorosi nel modo di selezionare i dati per le nostre interpretazioni, e così anche qualsiasi ricerca che facciamo. In questo modo possiamo cominciare a riprendere fiducia nello specifico metodo che è stato usato per sviluppare tutte le teorie di cui abbiamo bisogno, e che usiamo oggi in psicoanalisi.

Tradotto da Stefania Marinelli

Testo originale inglese della relazione di R.D.Hinshelwood

The psychoanalytic instrument

Researching the subjective

 

RD Hinshelwood

 

It was impossible to treat a patient without learning something new; it was impossible to gain fresh insight without perceiving its beneficent results (Freud 1926a, p. 256).

Thank you for this opportunity to say a little about my book.  I will only just make a start on describing its issues.  The book came from my concern that we as analysts do not all see the same things in our patients; and that difference comes from analysts, and not just from differences in patients.

Grazie per questa opportunità di dire qualcosa sul mio libro. Inizierò giusto descrivendo come è stato pubblicato. Il libro proviene da una mia preoccupazione che noi come analisti non vediamo tutti le stesse cose nei nostri pazienti; e che la differenza nasce dagli analisti, non solo dalle differenze nei pazienti.

Nel 1994 David Tuckett, che fu poi l’editore dell’International Journal of Psychoanalysis, pubblicò gli atti di un simposio che aveva raccolto chiedendo a qualcosa come 31 analisti, di scrivere una risposta alla domanda: che cosa è il fatto psicoanalitico? Ed ebbe qualcosa come 31 risposte diverse! Ogni risposta era basata sulle singole teorie proprie di ogni analista. Tuckett nella sua introduzione espresse il suo sentirsi shoccato dicendo:

Dopo 75 anni [del Journal] è tempo non solo di rivedere la nostra metodologia per valutare le nostre verità, ma anche per sviluppare approcci che rendano possibile di essere aperti a nuove idee e al contempo essere in grado di valutarne l’utilità con argomentazioni ragionate. L’alternativa è la Torred i Babele (Tickett 1994, 865).

In 1994, David Tuckett, then the Editor of the International Journal of Psychoanalysis, published a symposium of papers that he had collected by asking some 31 analysts to write an answer to the question: What is a psychoanalytic fact?  He had something like 31 different answers !  Each answer was based on that analyst’s own theories.  In his introduction Tuckett conveyed his sense of shock, saying,

After seventy-five years [of the Journal] it is time not only to review our methodology for assessing our truths, but also to develop approaches that will make it possible to be open to new ideas while also being able to evaluate their usefulness by reasoned argument. The alternative is the Tower of Babel (Tuckett 1994, 865).

Penso che sia giusto. Abbiamo bisogno di considerare quale tipo di argomentazione ragionata usiamo quando selezioniamo il nostro materiale per l’interpretazione (o la ricerca), e se abbiamo ragioni buone abbastanza per il nostro lavoro.

Gli psicoanalisti hanno il più rigoroso setting professionale, e ancora noi siamo i più inaffidabili osservatori di quello che avviene nei nostri setting. In questa presentazione posso solo cominciare a suggerire come potrebbe essere una “argomentazione ragionata” e proverò a tracciare un approccio più rigoroso che potrebbe condurci lontano dalla Torre di Babele.

Molti altri scienziati direbbero che i nostri argomenti ragionati sono dubbi perché il nostro specifico materiale – è soggettivo. I campi della scienza obiettiva ordinari tendono ad avere metodologie differenti, basate su differenti metodi di osservazione. Non si può usare lo stesso metodo per le osservazioni biologiche di Darwin, che è usato per la fisica atomica. Quando Galileo sviluppò lo strumento, ora chiamato telescopio, osservò le lune di Giove, mai viste prima. Questi diversi generi di equipaggiamento producono forme di osservazione molto diverse. E ultimamente ipotesi differenti per processare le osservazioni.

I think he is right.   We need to consider what sort of reasoned arguments we use when selecting our material for interpretation (or for research), and whether we have good enough reasoning for our work.

Psychoanalysts have the most rigorous professional setting, and yet we are the most unreliable observers of what happens in our setting. In this paper. I can only begin to suggest what a ‘reasoned argument’ could be like, and I shall try to convey a more rigorous approach that might lead us away from the Tower of Babel.

Most other scientists would say that our reasoned arguments are dubious because of our specific material – it is subjective.  The fields of ordinary, objective science tend to have different methodologies, based on different methods of observations.  You cannot use the same method for Darwin’s biological observations as is used for atomic physics.  When Galileo developed the instrument, now called a telescope, he observed the moons of Jupiter, never seen before.  These different kinds of equipment produce very different forms of observation.  And ultimately different explanatory hypotheses for encompassing the observations.

So, a field of study needs its own reasoned argument which it has to develop for itself.  If Galileo’s telescope was specific for making observations of the planets, what is the equivalent instrument for psychoanalytic observation of subjectivity?

Because we study subjective experience, our instrument has to be our own subjectivity (see Skogstad 2004).  Our observations yield unmeasurable data.  They are, as Robert Caper (1988) said, ‘immaterial facts’.  So, our data are personal experiences, and, significantly, they have to be our own experiences.  As Rosenfeld remarked,

A prerequisite of psychoanalytic treatment is that it is necessary to make enough contact with the patient’s feelings and thoughts to feel and experience oneself what is going on in the patient’ (Rosenfeld 1987, p. 12).

A patient actually communicates his feelings to the analyst, who must be ‘a delicate receiving apparatus’ – this idea came from Freud’s idea of the unconscious of the analyst receiving that of the patient. It is about our experience as well as the patient’s. Of course, how else could we observe someone’s subjectivity.

It may be that psychoanalysis is not a science in the way physics or chemistry is. Our data is subjective, and not objective, not measurable in time and space. So, should we dismiss psychoanalysis as hopelessly unreliable, and its knowledge cannot compare with the knowledge that the hard sciences produce.

At the same time this is the nature of our particular knowledge. Glen Gabbard encouraged us in this way,

In an era of quick-fix managed care approaches and rampant biological reductionism, we can derive a great deal of gratification from the fact that we still see value in the unique subjectivity of the person who comes to us for help (Gabbard 2000, p. 713-714).

This is a declaration of faith in the uniqueness of psychoanalysis, and the importance of studying subjectivity.

Moreover, almost all the knowledge that we use in our work came originally from the clinical work, so if we accept that our subjective instrument is too unreliable, then we have a serious problem; we would discard all our theories as unreliable. And then we would have nothing to rely on when with patients.  There is a lot at stake.

Our unique focus is also our biggest problem.

Is there a way in which we could overcome this problem, so our specific claims may be more reliable?  Could we find a parallel method to science for supporting our facts, even though they are unmeasurable, subjective ones?  This was the purpose of my book, Research on the Couch: Single Case Studies, Subjectivity, and Psychoanalytic Knowledge. I wanted to explore ways of doing research and reaching conclusions that can lead to greater confidence. I realised there were many epistemological issues we must address.

Being trapped by our unique work being very suspect, has led to a despair about our methods, and we turn to others, those of experimental psychology, neuroscience, and social science fieldwork, and so on.These can be extremely useful, and supportive, but to make these methods central, wipes away our form of knowledge that requires our unique methods of observation.

Here I want to discuss one suspicion of our subjective instrument. This issue is that it leads to a circular argument. We each have our own favourite theories, and those theories are a part of our subjectivity. They are what we use when making our observations. So, we use our theories to select the material we find significant. But then we use that material as the evidence for the theories we have just used for the selection. We form a logical circle – we use our theory to choose the data, which are then used to support the theory we introduced to choose the data.

If we select material in this way to confirm our theories we will tend always to get the result we want. So, we need a method of finding material that will not just confirm a theory in all instances. We need a method which can discriminate when a theory is used correctly and when it is not. And that means thinking hard about the selection of the material we use.

Response to interpretation

Right from the beginning of psychoanalysis, a method emerged for deciding what theory may be right or wrong. In the case of Anna O, Breuer emphasised the immediate reduction of a symptom following a hypnotic abreaction. A significant change occurred right after the intervention. Freud continued this method of assessing the response to the interpretation, and it has become a classic method of checking the work of interpreting.

We do have an extremely rigorous setting, as rigorous as a scientist’s laboratory; and we do something that is like scientists do in their laboratories.  They conduct an experiment by setting up a situation, then they make an intervention of some kind, and then observe the result. But this is what Breuer did too. We have a standard situation in our office, we make an intervention – an interpretation – and we observe the response to the interpretation. This process in a session is the same as a scientist’s experiment in the laboratory. So, we could develop a reasoned argument on the basis of a response to an interpretation – but, it has to allow us to say when the interpretation is wrong, as well as when it is right.

A fundamental principle expressed by a British analyst many years ago is,

…an interpretation embodying a clinical hypothesis is corroborated if the response to it can be interpreted by means of the same clinical hypothesis  (Wisdom 1967,  p. 46).

This is a very specific criterion, it seems to me; we need a similar piece of data after the interpretation which could be matched with the piece of data that gave rise to the interpretation. Both pieces of data, before and after, need to be compared against the same criterion. I can illustrate from a simple example from the literature. It involved a piece of Oedipal theory which gave rise to the interpretation. The analyst says, that the patient typically sustained a very submissive relationship with the analyst during the sessions. But, also the analyst knew that

The patient’s father had died when the patient was in a rebellious phase in childhood leaving him with an uncomfortable sense of responsibility arising from his rebelliousness and the coincident death (Ezriel 1956, **).

So the hypothesis is that the patient remained submissive in order to avoid some outbreak of his childhood phantasies of killing his father. These had been made real in the past; and the patient had to prevent them being realised in the present with the analyst. Then the analyst noticed,

… a patient started a session by unconsciously giving vent to hostile feelings towards me in the form of an attack upon the Government.

The hypothesis is that the murderous Oedipal phantasies were active during the session, in the transference; but unconsciously displaced onto the British Government. The analyst made that interpretation. He found that something changed in the patient,

After my interpretation he criticised the Clinic.  The object of his attack had thus moved nearer my consulting room, from Whitehall to the Tavistock Clinic (Ezriel 1951, p. 33).

So the change is that the transference remained the same – an attack on authority. But now it was nearer to an attack on the analyst himself.  Therefore we are judging both the original hypothesis – the apparent submissiveness to the analyst – and the material after the interpretation – the attacks becoming closer to the analyst,  by the same criterion. That criterion is an unconscious Oedipal rivalry lying hidden in the unconscious transference relationship. It is the same Oedipal rivalry, but a change in the expression of it.  It appears that the patient can now risk a more direct attack.  The unconscious material – the death of the father – has come closer to a conscious reality of the relationship in the analysis.

The incorrect interpretation

Now, about the importance of finding a response which does not confirm the interpretation.  I will try to demonstrate this with some clinical material.

This is a 45 year old professional man who came for a second analysis because of feelings of depression, and an awareness that he did not make adequate decisions in his life, including for instance, resorting alarmingly to cocaine. He was also diabetic, and his lifestyle led to irregularity in taking his insulin, and from time to time he had hypoglycaemic spells when he did not eat regularly. He told me this often happened unexpectedly, and I wondered sometimes what I would do if it happened in a session. In addition, he frequently went to sleep in his sessions, with loud snoring and, more alarmingly, sleep apnoea. This also worried me. I was often beset by the sense that I did not have the resources to help him.

In one mid-week session, he told me of a meeting he had with a friend with whom he was working on a project. The friend did very little towards the project, rarely contributed what he had agreed to do, and was in fact a very unreliable man. However my patient was extraordinarily fond of and loyal to this friend. On this occasion I found myself thinking what an unreliable patient I had, who would literally go to sleep on the project I was  conducting with him.  I felt a mixture of irritation that I was struggling so much to make headway with his analysis.

Now, there are certain things about the data prior to interpretation.  I was impressed by two things

•   his description of an unreliable man with whom the patient was trying to develop a project, and

•   I often felt my patient unreliable and not contributing sufficiently to the analytic project because of his sleeping.

Someone, it seemed, had an unreliable partner in a project. That story was told twice, in two modes; first in the material, his associations; and second in my countertransference feelings. I think this convergence of the associations with the countertransference is important. They point to something similar, the same unreliable partner.

It seems to me this points to an important principle in both clinical work and in research. The countertransference needs to be checked against the actual associations in the session. So in the example I gave, there was a feeling in my countertransference of some irritation at the way the patient joined me in the work of the analysis, and at the same time if I checked that against the patient’s material, he was also talking of working with an unreliable partner on a project. So here in my notes at the time,

I interpreted the transference along these lines, comparing how we both struggled to keep a project going, him with his friend, and I with him.

Now what was the response?

Checking the response

If we look at the response to tell us if the interpretation was accurate, what will we expect? First I will give the response in this instance, and then discuss it.

Characteristically he was silent, and then he started snoring until he woke with his apnoea and a nasty gasping intake of breathe.  He remembered what he had been talking about, and the interpretation; and he courteously acknowledged the link I had made.  I felt he was reassuring me, even patronising me a little.  He continued to tell me how he had worked with his friend all evening and well into the night, whilst, interestingly, the friend had gone off to bed.  He explained how the friend needed a lot of encouragement and reassurance, and his own role was to be very tolerant whilst doing most of the work.

Well, here is a situation in which the response was to continue with exactly the same kind of material, and transference, after the interpretation, as before.  He went to sleep in his characteristic way, and then politely responded when he woke up. There was no change, so I had to accept that my interpretation was not correct.

Following the example given earlier of the man who attacked the Clinic instead of the Government, we can think what a confirming change might have been. In the countertransference I would have expected to feel less irritable. And in the material, I would have expected less complaints about his unreliable friend, perhaps with their work more shared between them.

Though my countertransference did change somewhat – from feeling him unreliable, to feeling his patronising reassurance – this was not confirmed by checking with the material, and did not support the expectation (or prediction).

Whilst I was thinking about his reassuring me, he told me how his friend needed so much reassurance and encouragement, and then I could see another double story. First in the countertransference, I felt I was being encouraged, and second I heard the same story of encouraging his friend, in his actual material.  So continuing with my notes,

Then I interpreted that he was trying to tell me that he felt he had to be very tolerant of my limited abilities to contribute to the analysis in the way he had expected and needed. Yet I said he felt very loyal to keeping things going.

The question now is what was his response. In fact it was quite different,

This time he did not go to sleep.  He changed the subject and said, he had been very interested in two insects flying in the room where he had been working, and he had been trying to estimate the difference in the buzz of each which gave him some thoughts about the project he was working on – it was a musical project. I was heartened by his change of topic as it made me think that something was moving on.

My countertransference had changed this time, I felt heartened that we were getting somewhere. Then, in the actual material, there was a picture of two insects buzzing together. There was again a double story – some kind of buzzing together. I felt heartened, and the two insects represents some harmonious working together. Therefore I would say this response does confirm the prediction.

These are not deep interpretations, but I think that the response to each was strikingly different. After one, there was no change, but after the second there was a change, significantly in line with the one expected.

So with the aid of this illustration, I have tried to show how we can set up a situation that either confirms or disconfirms our interpretations.

Conclusion

In this rather condensed paper, I have asked you to face the fact that there are serious problems in the study of subjective experience, the field of study of psychoanalysis. We need to be aware of these various problems, and here I have described how the use of our own subjectivity may be protected against undue distortions, arising from the subjective wishes of the analyst himself in wanting to support his own theories.

In particular, I claim we must pay attention to two perspectives at once, the actual material and the countertransference experience of the relationship the analyst has with his patient.  Two stories that coincide with each other and which show a development from the two stories before the interpretation point to an accurate interpretation. Any other change, is not a confirmation – it would be a kind of false positive.

I have indicated one element of how we need to be more rigorous in the way we select our data for our interpretations, and thus any research we may do.  In this way we may begin to restore our confidence in the specific method that has been used to develop all the theories that we need, and we use in psychoanalysis today.

 

 

 

  

 

 

 

Elementi di intervento

      Tavola rotonda con R. Hinshelwood

 

Alessandro Bruni

 

“Due inconsci dialogano”

 

•  La torre di babele e “Una o molte psicoanalisi?”

•  Ernst Mach “Spezial Wissenschaft”

•  Fisica quantica e fisica newtoniana.

•  Qual è la specificità paradossale della pratica e della teoria psicoanalitica?

•  Ci occupiamo del soggetto e lo facciamo utilizzando esclusivamente la nostra soggettualità.

•  In particolare l’oggetto della nostra ricerca si accentra sull’inconscio e sull’ignoto del paziente e per fare questo deve fare affidamento alla risonanza emotiva del nostro stesso inconscio edel nostro stesso ignoto.

•  Arriviamo così all’affermazione paradossale di Freud per cui l’analisi è il dialogo tra due inconsci. E’ molto facile per un detrattore della psicoanalisi argomentare che questa è proprio l’evidenza che si tratti di una folie a deux.

•  Dalla nostra parte possiamo dire che non solo ci siamo presto resi conto della possibilità di momenti di incollamento fusionale totale e di collusione con parti ignote e potenzialmente “folli” del paziente, ma abbiamo trasformato questa eventualità in una opportunità evolutiva con le teorie del contro-transfert e poi dell’enactement.

 

“Parliamo di clinica, così ci capiamo!”

 

•  Dobbiamo spiegarci il fatto, che Robert cita nel suo libro, per cui apparentemente sembra che le teorie “cliniche” uniscano di più gli analisti e che quelle “metapsicologiche” apparentemente li dividano. Questo fatto dimostra a mio parere quanto sia faticoso per gli analisti che lavorano a tempo pieno con i pazienti trovare il tempo per riflettere in modo meno ingenuo e grossolano sulla metodologia della nostra disciplina. Il lavoro di Robert è in questo senso molto prezioso ed educativo.

 

•  “Parliamo di clinica, così ci capiamo!!”. Ma un caso clinico” non è un sasso che si può mettere su di un tavolo in modo che sia osservato empiricamente da tutti gli astanti. Un caso clinico, come ci ricorda Hinshelwood, è già il risultato di una circolarità tra esperienza e teoria. È già un prodotto elaborato quando arriva al tavolo di una conferenza come questa.

 

“La critica delle scienze “esatte” alla psicoanalisi”

 

•  Bion ha dedicato si può dire tutta la sua opera a tentare di fornire elementi per una epistemologia psicoanalitica capace di difendersi dagli attacchi impropri dei sostenitori delle ragioni delle sedicenti scienze “esatte”. Costoro pretenderebbero che noi usassimo gli stessi criteri metodologici utilizzati per lo studio degli oggetti inanimati per affrontare la vita psichica viva e pulsante. Con sottile ironia inglese Bion restituisce la critica al mittente sostenendo che si tratta di un’impostazione simile alle caratteristiche del pensiero psicotico che tende a sostituire l’animato con l’in-animato attraverso una concretizzazione oggettivante della vita emotiva.

 

•  In questo senso la posizione di Bion sull’uso di strumenti di registrazione meccanica allo scopo di “validare” il metodo analitico con evidenze “oggettive” è altrettanto drastica. Sentite cosa dice:

 

•  “La verità che queste registrazioni sottendono è quella delle fotografie: la loro obbiettività è solo apparente, dato che, nel momento in cui si comincia a registrare, la falsificazione viene trasportata a monte, cioè all’interno della stessa situazione in cui si registra; la fotografia della fontana della verità può anche essere buona ma l’oggetto fotografato è una fontana inquinata dal fotografo e dai suoi apparecchi. Resta comunque il problema di interpretare la fotografia e in questo caso il coefficiente di falsificazione è ancora più grande, perchè una registrazione ha l’inconveniente di rendere verosimile ciò che è già stato falsificato” (Bion 1962).

 

“teorie causali e teorie ermeneutiche”

 

•  Ulteriormente Robert distingue le teorie di tipo “causalistico” da quelle “ermeneutiche”. Sono convinto che gli analisti che prediligono “la clinica” sono più propensi verso le teorie ermeneutiche, mentre quelli più “teorici” frequentano più facilmente il principio di causalità.

•  Bion rompe gli induci e sostiene senza mezzi termini che un caso clinico altro non è che una teoria espressa in termini concretistici, o, detto in un altro modo, è una realization di una teoria. (termine non facilmente traducibile in Italiano). Le realizations, per altri versi precostituiscono anche interpunzioni del processo induttivo-deduttivo che portano, attraverso livelli successivi di astrazione, alla costruzione prima dei “modelli” e poi delle “teorie”, termine che Bion ritiene debba essere riservato a formulazioni che hanno conquistato una validità generale e un certo livello di astrazione.

•  E’ questo l’antidoto di Bion per evitare la Torre di Babele. Il modello proposto da Robert è un valido strumento per sfoltire la ridondanza confusiva prodotta dalla proliferazione incontrollata di modelli limitrofi e contigui che non sono stati sottoposti ad una adeguata verifica in termini di astrazione e generalizzazione. Esempio: quanti concetti di oggetti psicoanalitici si sono sovrapposti nella storia della psicoanalisi? IL concetto astratto dell’oggetto psicoanalitico proposto da Bion: esso ha 3 “dimensioni”, in analogia con le 3 dimensioni di un oggetto fisico sugli assi cartesiani. Senso, mito e passioni.

“Il campo psichico”

•  D’altra parte le teorie devono essere sempre sottoposte al vaglio dell’esperienza e a una costante revisione e non possono pretendere di essere esaustive e saturanti il campo psichico. Ascoltate questa tesi che sintetizza il manifesto epistemologico-politico proposto da Bion:

“Il campo psichico presenta la seguente caratteristica: esso non può essere contenuto nell’ambito della trama della teo­ria psicoanalitica. Dobbiamo dire che questo è un segno dei difetti della teoria o che è un segno del fatto che gli psicoanalisti non comprendono che la psicoanalisi non può essere contenuta permanentemente nell’ambito delle defi­nizioni di cui essi si servono? Sarebbe giusto osservare che la psicoanalisi non può “contenere” il campo psichico per­ché non è un “contenitore”, ma una “sonda” .              (Bion 1970)

 

“commento al caso clinico”

•  Rispetto al caso clinico citato dove la prima interazione iene valutata come mis-interpretazione, Bion avrebbe argomentato che la prima interpretazione era stata fornita utilizzando una trasformazione a moto rigido collegata all’idea di transfert proposta da Freud, mentre la seconda interpretazione, rivelatasi più evolutiva, si inscriveva nelle trasformazioni proiettive collegate al modello di Melanie Klein dell’Identificazione proiettiva. La prima interpretazione descritta come di transfert sembra in realtà mossa da un contro-transfert negativo che rinviava al paziente inalterata la sua identificazione proiettiva attraverso cui il paziente intendeva sbarazzarsi della sua parte inaffidabile scissa e proiettata paranoicamente sull’analista che poteva così incarnare il ruolo di un genitore inaffidabile, ruolo che l’analista ha di fatto recitato, prima però inconsapevolmente, ma poi, con la correzione di tiro, più consapevolmente e quindi con un risultato più efficace. Questo tipo di spirali evolutive, che a volte iniziano con un corto circuito sono pane quotidiano del nostro mestiere di analisti, ma anche del nostro metodo.

“Dicotomie”

•  Tema delle dicotomie della mente, della filosofia e delle opposte attitudini umane. “Vischiosita del concreto” (San Tommaso) e “fuga nell’astratto” (il matematico timido e imbranato). La divaricazione tra teorie causali e teorie ermeneutiche proposta da Robert può essere considerata da questo punto di vista binoculare.

•  L’asimmetria (chiralità) e la lateralizzazione degli emisferi. La moderna concezione neuro-psicoanalitica ci propone l’idea di un’interazione proficua tra processualità Bottom Up (prevalentemente governata dall’emisfero destro) e processualità Top Down (prevalentemente governata dall’emisfero sinistro.) (Solms e Panksepp, 2012). Il nostro flusso di coscienza, potremmo dire con una metafora da cavallerizzi, emerge dall’attività olografica del nucleo talamo-corticale (Pribram) (Edelmann) a cavallo del corpo calloso attraverso il quale emisfero destro ed emisfero sinistro si scambiano i loro punti di vista.

•  Bion: “Non analizzate l’inconscio, ne il conscio, non il tranfert, ne il contro-transfert, ma la sinapsi, la cesura, il trans-contro-transfert”… (Caesura)

•  Bion: “In psicoanalisi metodo di osservazione e processo analitico coincidono.”

•  Il “Met-odos” la via del crinale tra i due suoi versanti.

 

 

Presentazione di un caso clinico per la supervisione con l’autore in relazione all’uso del modello logico da lui proposto

Caso clinico: Alessandro. Presentazione di Luigi Cappelli

Alessandro è un adulto, alto, bruno, grande e pesante. Il viso glabro, pallido e infantile, la carnagione delicata contrastano con la mole massiccia. I capelli lunghissimi, raccolti in una coda di cavallo, gli coprono la schiena .
E’ in analisi a quattro sedute settimanali, con uso del lettino, da circa tre anni. E’ inviato da un collega Membro Associato della S.P.I. e docente universitario che lo ha tenuto a lungo in attesa e mi avverte della delicatezza del caso ma afferma di ritenermi interlocutore adatto a gestire la problematica impegnativa presentata dal paziente. Questi mi contatta prima dell’estate per una prima consultazione di due incontri, in cui ci accordiamo per iniziare il trattamento nella ripresa autunnale dell’attività. Il progetto si realizza puntualmente.
Il motivo addotto dal paziente per iniziare un’analisi classica, freudiana è costituito dal profondo stato di confusione ed incertezza per quanto concerne la direzione da imprimere alla propria vita, malgrado i ripetuti trattamenti psicoterapici effettuati in precedenza che si erano conclusi ufficialmente con “successo”, senza tuttavia permettergli di superare né la grave obesità, né l’intima condizione di insoddisfazione e smarrimento, per cui Alessandro chiede ora aiuto.
Alessandro mi rivela di essere anche affetto da una complessa “poliendocrinopatia”, il cui aspetto eminente sembra un ipotiroidismo, ora trattato farmacologicamente. Il paziente mi racconta di aver raggiunto, negli anni precedenti , il peso record di quasi centosessanta chili. All’inizio dell’analisi il peso era di circa centocinquanta chilogrammi. Il suo peso forma, all’età di trent’anni, era stato di novanta chili, per un’altezza di un metro e novanta. All’epoca il paziente praticava con rabbiosa intensità e discreto successo una disciplina sportiva di arti marziali. Il paziente aveva poi abbandonato l’ attività sportiva e assunto un comportamento alimentare decisamente bulimico, sia nella scelta dei cibi che delle quantità ingerite in modo compulsivo, spesso anche durante la notte.
Il nostro primo approccio è fluido e cordiale e una prima alleanza clinica appare facile ad instaurarsi, tuttavia il paziente appare manifestamente bulimico anche come collezionista di qualifiche, titoli e attestati che ha accumulato in numero letteralmente impressionante, nel corso della sua vita. Ritengo che in questa situazione la prospettiva analitica potrebbe diventare l’ennesima medaglia da appuntare sul petto ed una pesante interferenza nel percorso analitico. Esplicito, quindi, ad Alessandro questo rischio. Il paziente, dopo un attimo di perplessità, si dichiara d’accordo con le mie osservazioni e sembra condividere un progetto di lavoro analitico esclusivamente dedicato a migliorare le sue condizioni di salute, mentali e fisiche.
Il paziente si dimostrerà in effetti molto collaborativo e assiduo nelle sedute e nella produzione di materiale onirico, nonostante una forte, dichiarata, ambivalenza nei confronti dell’analisi. Al contributo del versante collaborativo del paziente si accompagneranno evidenti cambiamenti “positivi” e “virtuosi” nei rapporti sociali, amicali e intimi, nel lavoro e negli interessi, nel comportamento e nell’organizzazione complessiva della vita. Alessandro sarà finalmente capace, inoltre, di monitorare e curare i suoi problemi somatici in modo fermo ed equilibrato e di raggiungere una nuova condizione di tranquillità interiore, che tende ad allargarsi e a stabilizzarsi.
A questa direzione prevalente farà da contrappunto, però, una intensa rabbia nei confronti della psicoanalisi e miei personali, manifesta nei sogni e presente in una sconfinata serie di pensieri, da me definiti: “pensieri del pianerottolo”, che persistono tuttora e che tormentano il paziente, in specie prima di iniziare la seduta: ad esempio l’impulso di entrare nella stanza d’analisi per defenestrarsi e distruggere per sempre anche me, umanamente e professionalmente, l’impulso a recarsi il bagno e ficcare, per punire la sua acquiescenza, la testa nella tazza, l’idea di devastare completamente lo studio con un lanciafiamme, la tentazione di aspettarmi e di seguirmi, non visto, sino a casa per colpire i miei familiari e vendicarsi del ridimensionamento delle istanze onnipotenti che accompagna il progresso analitico.
Riferisco di seguito la storia del paziente, ricavata nel corso degli incontri successivi e da me riassunta qui per facilitare l’inquadramento del caso. Produrrò, poi, materiale clinico recente per illustrare gli sviluppi dello scambio clinico.
Alessandro è primogenito, ha un fratello e una sorella di pochi anni più giovani. Il paziente è stato anche il primo a nascere rispetto ai tanti cugini della famiglia allargata e si è sentito da sempre addosso gli occhi di tutti i familiari. I genitori, una coppia borghese, in apparenza piuttosto “normale”, sono sempre stati sul punto di lasciarsi, pur restando insieme tutta la vita. Il padre, infatti, ostentava nei confronti della moglie un atteggiamento svalutante e aveva per lungo tempo, durante l’infanzia di Alessandro, minacciato la moglie e la famiglia di abbandonarli per raggiungere all’estero una sua fantomatica amante, senza mai, però, decidersi a fare concreti tentativi in tal senso. Il peso del matrimonio per il maschio era un tema obbligato delle conversazioni che il padre aveva con gli amici e l’oggetto di innumerevoli scherzi, in presenza del figlio. Uno dei consigli semiseri che erano diventati un ritornello per il piccolo era l’avvertimento da parte del padre: “Regazzì, nun te sposà !”
La madre, persona dedita al lavoro e all’accudimento dei figli, disponibile, affettuosa, sensibile, prendeva molto sul serio gli atteggiamenti del marito e si sentiva profondamente ferita dal suo comportamento; ella non nascondeva neanche al figlio la sua sofferenza e il desiderio di separarsi. Alessandro, che si definisce letteralmente “innamorato” del padre, da bambino viveva costantemente terrorizzato da questa catastrofe familiare sempre annunciata e mai realizzata: il pensiero che il padre amatissimo potesse abbandonarlo gli appariva come una terribile disgrazia. Era diventato famoso nel vicinato perché, quando il padre usciva di casa per andare al lavoro, piangeva e correva spesso a sporgersi dal balcone per richiamarlo indietro. Trovava conforto in casa dei nonni, dai quali si era quasi stabilmente trasferito, con il pretesto che la loro casa era più vicina alla scuola. I nonni avevano un legame coniugale stabile ed erano affezionatissimi al nipote. Il piccolo poteva con loro esprimere pienamente la sua natura affettiva e l’ intenso bisogno di relazioni intime.
Il padre manifestava nei confronti del primo figlio maschio una attenzione e un controllo soffocanti che non riservava alla femmina, prediletta, ma svalutata, in quanto femmina. Il piccolo si sentiva meno amato della sorella ma anche oggetto di una considerazione speciale, che lo lusingava e, al tempo stesso, lo tormentava. Una punizione che il bambino considerava particolarmente dolorosa e umiliante era quella di essere imprigionato tra le gambe del padre e subire lo strofinamento sulle labbra e sulla bocca del peperoncino. Questa misura avrebbe dovuto impedirgli di dire parolacce. Per altre infrazioni, peraltro minime, veniva usata la cinghia dei pantaloni. Il piccolo Alessandro smise di dire parolacce, ma diventò balbuziente.
Da Alessandro il padre pretendeva l’impossibile nello studio, come in ogni altro campo. Il ragazzo, molto dotato e capace di applicazione, cercava letteralmente di fare l’impossibile per renderlo contento e allontanare lo spauracchio, ritenuto sempre imminente, dell’abbandono. Il padre non ammetteva mai di essere soddisfatto dei risultati del figlio. Restò famosa la frase: “Hai fatto solo metà del tuo dovere!” quando alla licenza liceale Alessandro ottenne una votazione massima, distinguendosi tra gli allievi di tutta la sua scuola. Il padre del paziente aveva inoltre l’abitudine di fare di continuo apprezzamenti ironici sulle caratteristiche fisiche di moglie e figlio, che provocavano una profonda umiliazione in entrambi e li spingevano a migliorarsi di continuo per arginare l’atteggiamento sprezzante del padre, senza mai ottenere però riconoscimenti da lui. Per un lungo periodo aveva chiamato il figlio con il dispregiativo appellativo di:“ Stro’” e solo l’intercessione della madre lo aveva indotto a smettere di farlo. Alessandro prendeva molto seriamente questi scherzi offensivi del padre, che non si rendeva conto dell’effetto devastante che producevano. In analisi il paziente ha recentemente definito “sadico” questo atteggiamento del padre, ma, in passato, la marcate idealizzazione della figura paterna gli impediva di criticarlo apertamente e anche di riconoscere con se stesso la pressione vessatoria di cui era oggetto. Soltanto in un caso il paziente, adolescente, si era scagliato fisicamente contro il padre, per difendere la madre, durante uno scontro verbale tra coniugi particolarmente violento, in cui la madre, come al solito, soccombeva.
Il padre avrebbe voluto per Alessandro studi “seri”, “concreti”di economia, ma il giovane, dopo un tentativo universitario in tal senso si era iscritto ad una facoltà umanistica, a lui più congeniale, suscitando la continua derisione del padre, che criticava l’inconsistenza e inutilità delle materie cui Alessandro si dedicava.
Durante gli studi universitari Alessandro, sentendosi terribilmente insoddisfatto e inquieto, anche se il rendimento era straordinario, pensò di assecondare una vocazione religiosa che si era già manifestata nella pubertà. Per cercare sollievo, decise di vestire il saio e divenire monaco e, malgrado la disapprovazione di genitori e parenti, entrò in convento. Nutriva la speranza di diventare un santo o un grosso prelato o tutte e due le cose. Lì si manifestò una travolgente bulimia che lo portò a un tale aumento ponderale da far dire ad uno psichiatra da lui consultato che sarebbe morto, se fosse rimasto in convento, il peso infatti aveva raggiunto i centosessanta chili. Così Alessandro lasciò la vita monastica, pur continuando poi ad interessarsi di teologia e a frequentare ambienti religiosi.
Il commento del padre fu: “Hai fatto fessi preti e santi ma non me! Lo sapevo che era un’altra sciocchezza.”
Terminati brillantemente gli studi universitari, sempre scontentissimo di sé, Alessandro si era sentito ora divorato dall’ambizione mondana e decideva di diventare a tutti i costi un uomo importante, ricco e famoso. Con il suo versatile ingegno e le notevoli capacità di iniziativa e di lavoro, riusciva effettivamente a creare una grande azienda di consulenza che, in pochi anni, gli consentiva un tenore di vita molto lussuoso: abiti firmati, camice su misura, casa, mobili, auto, donne a profusione, amicizie “che contano” tutto all’insegna dello sfarzo più vistoso. Questo tenore preoccupava i familiari, che non capivano da dove arrivassero tanti soldi e il padre gli ripeteva che: “Fai fessi tutti ma non me! Mi sembri un pappone con queste macchine!”.
In questo periodo, con il concorso di anoressanti di cui Alessandro si imbottiva nel disperato tentativo di dimagrire, il suo stile di vita assumeva un’impronta maniacale: Alessandro si era convinto di potere tutto. Anche se gli sembrava di tener sotto controllo il volume smisurato delle sue iniziative, in realtà cadeva in uno stato di affaccendamento e commetteva errori di valutazione.
Questa fase di eccitamento durava ininterrottamente per due anni circa e decorreva parallelamente a vicende luttuose che portavano alla distruzione della sua famiglia: moriva all’improvviso, d’infarto, la madre e, in rapida successione, scomparivano anche il padre, i nonni e si ammalava gravemente una zia, cui il paziente era particolarmente legato.
Il giovane non avvertiva tuttavia alcun dolore mentale profondo, portando al parossismo il suo attivismo e la frenesia nelle relazioni sessuali.
Questa fase di esaltazione aveva un brusco arresto per un evento esterno: una denuncia per irregolarità contabili, commesse, in realtà, dai suoi collaboratori, cui il giovane aveva accordato eccessiva fiducia, lo trascinavano in giudizio per truffa, in quanto presidente e responsabile della società. Questo episodio, da cui il paziente usciva con una sentenza di bancarotta, provocava una terribile vergogna e un sentimento di indegnità in Alessandro: tutto ciò comportava un viraggio del tono dell’umore in senso depressivo.
Anche in questo caso si insinuava nella mente del paziente il confronto con la figura paterna che era “famosa” per la sua integrità: una volta aveva restituito intatto un portafogli smarrito, gonfio di banconote, suscitando il plauso di parenti, amici e conoscenti.
I guadagni accumulati venivano riassorbiti interamente per pagare spese processuali e debiti ed Alessandro, gravemente provato dalla vicenda, continuava tuttavia a lavorare, anche se ad un livello più modesto, e riusciva a modificare il suo stile di vita amoroso, tendenzialmente promiscuo, legandosi ad una collega con cui instaurava un rapporto affettuoso, ma sempre sospeso tra continuità e interruzione.

All’inizio dell’analisi Alessandro resta colpito, nel rapporto con me, dal mio atteggiamento che gli appare cordiale e umano e resta molto stupito, avendo immaginato gli analisti freudiani freddi e condiscendenti. Inoltre si meraviglia del fatto che “non mi metta in competizione con lui”, come avveniva con i terapeuti precedenti e questo, afferma, gli permette di fidarsi di me e di confessarsi più apertamente: non mi nasconde la frustrazione provata per i miei dubbi circa la sua motivazione ad intraprendere una analisi, ma sostiene che questo lo ha reso più fiducioso, più contenuto, più attento.
Alessandro mi parla spesso dell’enorme fatica mentale che fa ogni volta che viene per vincere una parte di sé che gli dice che si sta rovinando perché perderà definitivamente il suo tenore di vita, diventerà uno squallido personaggio senza ambizioni, obeso, sciatto e miserabile. Alessandro ammette una forte ambivalenza nei miei confronti, che lo fa oscillare tra un aspetto dell’analista paterno e idealizzato e uno materno e persecutorio. Egli afferma infatti di sentirsi da un lato molto fiducioso in me, nella disciplina che pratico, fortunato di avermi conosciuto per la mia serietà, la mia cultura, il mio spessore personale e mi sente severo, esigente e impeccabile, come il padre ideale; d’altro canto mi vede un misero lavoratore, piccolo di corporatura, di poco peso in tutti i sensi, oscuro dispensatore di argomenti desueti e distruttivi, proprio come la madre svalutata. Il paziente mi rivela di aver cercato su Internet tutto quello che trovava su di me e di aver trovato ben poco, rispetto a quello avrebbe voluto e che altri, più noti, possono vantare. Pensa che io possa avere meriti che non appaiono in rete, ma teme ugualmente che io lo trascini con me lungo una china di mediocrità e lo faccia diventare “un fesso”,“un coglione”, esercitando una pericolosa influenza su di lui, come avrebbe fatto la madre, se lui glielo avesse permesso.
Il paziente non è mai manifestamente arrogante né aggressivo, si mostra sempre affabile, corretto, gentile ed educato, forse compiacente, spesso timoroso che io lo possa considerare un malato senza speranza e imbarazzato nel raccontarmi delle sue ambizioni smodate e dei suoi pensieri di attacco e svalutazione della mia figura.
Alessandro è puntuale negli orari e nei pagamenti, è assiduo anche se deve affrontare un lungo percorso per raggiungere lo studio. Appare sinceramente coinvolto e impegnato nel processo analitico.
Durante questo anno Alessandro mi riferisce un gran numero di sogni. Ne riporto in breve alcuni, particolarmente significativi del rapporto con se stesso, con la madre, con il padre.
Sogni dei “superpoteri”
Alessandro sogna molto spesso di volare, di essere ubiquo, di potersi spostare fulmineamente, di attraversare i muri, di avere poteri di suggestione sulle moltitudini, di poter rinnovare gli oggetti sfiorandoli, di guarire con lo sguardo o con l’imposizione delle mani. Sogna di avere rapporti sessuali con più donne contemporaneamente, bianche, nere, nubili, coniugate, giovani, vecchie, prostitute, suore. Spesso si trova in ambienti grandiosi come i palazzi vaticani, castelli o monasteri imponenti, ville sontuose con piscine e simili.
Ultimamente, nel sogno stesso, compare un ritornello: ”Ancora questi superpoteri! Devo dirlo assolutamente al professore!”.
Sogno dell’omicidio della madre.
Riferisco il racconto del paziente che parla in prima persona:
“Mi trovo nel soggiorno della casa dei miei. Sono presenti alcuni familiari. Uno degli acquari di mio padre diviene uno schermo su cui compare l’immagine di una donna. Questa persona vuole mostrare come in realtà sia morta mia madre. Ella afferma che non è vero che sia morta d’infarto, per cause naturali, come si riteneva, è stata uccisa, invece, in un modo terribile. Mia nonna, lì presente mi rassicura dicendomi che sono sempre stato forte e che ce la farò. La donna ci mostra un video e dice: “Ve lo faccio vedere perché possiate perdonare”. Nel video si vede un giovane che nasconde un coltello per tagliare il pane: è appuntito e seghettato. Il giovane è un pazzo che irrompe nell’ufficio dove lavora mia madre e la colpisce con una forza incredibile. C’è sangue dappertutto, è orribile, sembra un film dell’orrore. Scorgo il cadavere fatto a pezzi e distinguo la mano di mia madre con la fede nuziale. Il sangue dilaga, mi entra nel cervello, provo un’angoscia acutissima e mi sveglio di soprassalto con la sensazione di avere la testa piena di sangue e vedere rosso. “Ma mia madre non è morta così ! Devo raccontarlo al professore !”
Nel sogno l’omicida era il figlio di uno psicologo e aveva subito una vicenda giudiziaria come la mia, quindi è collegabile a me, dice il paziente.
Sogno dei membri del padre.
“Incontro mio padre che era un distributore di piccoli falli e lo vedevo svolgere questa funzione e dare a me e a tutti gli uomini presenti questi piccoli membri. Era presente un mio amico che era dotato invece di un enorme pisello.
Osservo con attenzione il suo fallo, che mi sembra posticcio, Sopraggiunge una ragazza bellissima, che, attratta dalla grandezza del membro, mostra il desiderio di avere un rapporto orale con l’amico. Mio padre, accortosi di questa situazione, mi spinge ad andare io stesso con la bella al posto del mio amico. Provo una fortissima angoscia perché temo di non essere all’altezza di sostenere un rapporto con la ragazza”.
Nel transfert in analisi Alessandro mi attribuisce caratteristiche di entrambi i genitori, ma appare evidente come io giochi prevalentemente il ruolo materno e, sotto una fiduciosa, cordiale e affettuosa relazione collaborativa, sia svalutato e inconsciamente selvaggiamente attaccato, come la madre, depositaria dei valori della dedizione, fedeltà, sottomissione, oculatezza, parsimonia, modestia, ragionevolezza, umiltà.
Nelle ultime sedute Alessandro mi definisce come un “padre materno”, nel tentativo di integrare le due figure.
Anche con la compagna si manifesta una spiccata ambivalenza: il paziente apprezza l’amore, la dedizione, la fedeltà, la tenerezza che la giovane gli dimostra, ma è spaventato da un contatto troppo intimo con questi aspetti. Il rapporto sessuale viene considerevolmente inibito, quando predominano i timori di coinvolgimento emotivo e di contaminazione con il mondo femminile dei sentimenti. Si determina, in questi casi, una completa caduta della libido.
Queste componenti “deboli” ostacolano infatti la componente maschile e le ambizioni narcisistiche e megalomaniche, indotte e, nel contempo, svalutate e derise dal padre di Alessandro.
Il paziente è stato contemporaneamente fortemente stimolato e fortemente umiliato dal padre.
Alessandro sente una figura implacabile di padre interno che gli dice qualcosa di simile:
“Tu, che non vali nulla e sei un essere ridicolo rispetto a me, devi compiere imprese straordinarie, sovrumane per cercare di riscattarti e accontentarmi, solo così potresti evitare il rifiuto, l’abbandono, ma fallisci sempre, io lo vedo, anche se tu fai di tutto per mostrarti capace e nascondere la tua disastrosa inadeguatezza!”.
Questa persecuzione interna produce vergogna, colpa, ansia, angoscia, disperazione acuta, che vengono fortemente combattute con difese maniacali.
Una conseguenza di questa pressione è il determinarsi di crisi acute di invidia, quando il paziente immagina che qualcuno sia più avanti di lui nella carriera, sia più ricco, abbia fatto un matrimonio importante, oppure sia sereno e appagato nella famiglia e nel lavoro, o ancora sia un sacerdote in odore di santità o un potente prelato.
La dispersività conseguente all’attivismo ha prodotto, in effetti, un sensibile rallentamento della carriera di Alessandro, malgrado le doti di ingegno e di cultura che gli vengono generalmente riconosciute.
In queste crisi invidiose è spesso evidente il presentarsi simultaneamente di ideali contrapposti, impossibili, quindi, da perseguire.
La sofferenza depressiva acuta, legata alla sensazione di essere un individuo indegno comporta un immediato rovesciamento dell’umore con sensazione di forza inaudita, di grandezza, di invincibilità, di totipotenza. Il paziente sente improvvisamente l’impulso ad agire a 360 gradi: ricerca compulsiva di siti pornografici e masturbazione, avidità infrenabile, approcci sessuali compulsivi, elaborazione di iniziative e grandiosi progetti lavorativi, studio forsennato in mille direzioni, attività fisica, relazioni sociali, etc.. A queste spinte pluridirezionali si accompagnano cefalea, tachicardia, insonnia e, negli ultimi tempi preoccupanti crisi ipertensive. (Non dimentichiamo che entrambi i genitori hanno sofferto e\o sono morti per problemi cardiaci in età relativamente giovanile).
Di recente, anzi, il paziente ha acquisito la consapevolezza di aver cercato inconsciamente il suicidio, attraverso le sue compulsive mangiate di “cose che piacciono ai bambini”: pizza, merendine, formaggini, noccioline, patatine fritte, hamburger, salse, Coca-Cola, etc..
Attualmente Alessandro riesce, con notevole sforzo, a mantenere un comportamento alimentare “ragionevole” e sorvegliato che gli ha fatto perdere circa trenta chili d’all’inizio del trattamento.
Seduta, lunedi.
Alessandro arriva in lieve anticipo, indossando, contrariamente al solito, un completo scuro e scarpe chiuse e appare piuttosto elegante, malgrado la figura massiccia. Si sdraia e inizia a parlare “a valanga”. Mi racconta di essere soddisfatto del lento calo ponderale e del fatto che ha deciso di “accompagnare il suo dimagrimento”, concedendosi già ora un completo classico con giacca e pantaloni, al posto delle tute, camicione e sandali “da ciccione” che di solito indossava. Non intende più aspettare il peso ideale per sentirsi più in ordine. Mi parla delle crisi ipertensive, con la minima ben oltre i cento, che si sono succedute dall’estate e afferma di riuscire ad essere attento alla salute con controlli, diuretici, dieta. Forse si ricovererà per monitorare la situazione fisica. Di seguito mi rivela che sta pensando di poter arrivare ad avere tre lauree, con pochi esami integrativi, regolarizzando la sua situazione di debito formativo. La sua ragazza gli dice: “Chi te lo fa fare, già sei qualificato e lavori tanto!” Ricorda una dietologa obesa, che ha conosciuto in passato, che consigliava gli altri, ma era evidentemente incapace di consigliare sé stessa. Quindi racconta un sogno, che lo ha fatto sentire molto confuso.
Sogno (il paziente parla in prima persona)
“Mi trovavo in casa di mia nonna, dove ho vissuto nell’infanzia, che consideravo la mia vera casa. Ero in giacca e cravatta, ma inelegante. Dovevo condurre un corso. C’erano moltissime persone, un grande andirivieni. Io mi affannavo ad arringare la folla. La gente era interessata, ma io facevo una fatica terribile. Vedevo una ragazza esaltata per le mie parole, ma mi dicevo: “Chi me lo fa fare!”. Si creava una vera e propria baraonda di personaggi e io pensavo nel sogno di doverlo assolutamente raccontare al professore, perché ero sopraffatto e non riuscivo ad appartarmi per riposare. Quando è suonata la sveglia per venire in analisi, volevo cominciare a dormire”.
Associazioni:
“Menzogne. Che schifo! Un bordello esagerato!….. La casa di nonna. Quando è morta ho preso anche i suoi mobili, oltre a quelli dei genitori, così adesso ho una quantità incredibile di cose da collocare e le vorrei rimettere in ordine con misura e semplicità, secondo le modeste abitudini dei miei, abitudini e regole che ho infranto per il mio desiderio di avere di più. Temo di poter ottenere solo il perdono, ma non la cancellazione dei miei errori ( il paziente si riferisce al processo ).
Intervengo sottolineando la sofferenza provata e lo sforzo che Alessandro sta facendo nel rendersi conto di come ha gestito la sua vita e di come sia difficile riorganizzare le figure del suo mondo interno, che prima controllava con il suo umore esaltato, il suo attivismo e il ricorso alla menzogna. La confusione mi sembra risulti dal confronto con questa immensa mole di aspetti che si affollano nella sua mente in attesa di un ordine differente, a misura umana, coerente con lo stile di vita semplice, ma onesto, dei suoi familiari, per cui, anche nel sogno, cerca la mia collaborazione.
A questo punto mi torna in mente ricordo un grande quadro di Francesco Clemente, raffigurante un campo di calcio in cui il pallone è una testa umana, che viene calciata con tanta forza in porta, da sfondare la rete e lo descrivo ad Alessandro. Gli dico che anche la sua mente viene presa a calci ogni volta che esigenze tiranniche e contrastanti si contendono il primato.
Il paziente concorda e prosegue, dicendo che la pressione interna e, forse, anche quella del suo sangue derivano dall’accumulo di tutto quello che ha provato, fatto, letto, studiato, che ora ingombra la sua testa. “Pensi che, solo di libri, ho tredicimila volumi non schedati!”. Prosegue, dicendo che nel suo lavoro ha fatto confluire una grande quantità di approcci diversi, senza approfondirne davvero nessuno. “Ero arrivato ad avere quattro studi! Dovevo mantenere un progetto delirante, avevo bevuto una pozione! Ora sono senza poteri e mi sento meglio, ma sono anche in parte sconvolto da questo risveglio in cui vedo chiaramente ciò che ho compiuto quando deliravo. Vedo come una grazia divina averla incontrata, ma al tempo stesso sento una forte opposizione all’analisi”.
Sorride, timidamente, imbarazzato e prosegue: “Con lei, qui, mi vergogno, temo che lei non mi stimi, che non mi voglia più bene per quello che ho combinato.”
Gli faccio notare che ora teme che lo umili, come capitava da bambino e da ragazzo, con un giudizio esigente e sprezzante come quello del padre, anche se più spesso mi sente accudente e comprensivo, come la madre.
Alessandro è d’accordo e ricorda di come avesse tentato di fare le cose difficili, come voleva il padre, ma di non esserci riuscito: non ce l’aveva fatta a proseguire gli studi scientifici.
Ora, però, il paziente afferma di sentirsi rinfrancato nel rapporto con me e con l’analisi e di sperimentare spesso uno stato di serenità che non aveva mai provato: avverte un sentimento di pietà per sé stesso e il sollievo derivante da una maggiore libertà dall’obbligo di fare l’impossibile per accontentare il padre.

 

 

 

Presentazione per la supervisione clinica di una seduta di gruppo

Prof. Giuseppe De Vita

 

 

Il gruppo è formato da nove operatori socio-sanitari, di età compresa tra i 30 ed i 40 anni, al secondo anno di analisi di gruppo con una seduta settimanale di 1h50m.

Sette operatori sono donne e due uomini.

Seduta del Giugno 2013 poco prima della pausa estiva.

 

Comincia Ines:

mi sento giù perché due giorni fa mio fratello mi ha detto che non sta bene. Mi ha riferito anche che andrà all’Ospedale di Modena per fare dei controlli.

 

Fulvio:

anch’io non sto bene, ho passato tanti brutti momenti sia dal punto fisico che psichico. Come dire: sono stato veramente male al punto tale da voler abbandonare tutto. Comunque ho fiducia in quello che facciamo e penso che lentamente posso fare dei progressi che a volte mi sembrano impercettibili. Alcune volte ho avuto la sensazione che il tempo non passasse mai.

 

Adriana:

tenta di spronare il gruppo dicendo “prendiamo spunto da quello che dice Fulvio e proviamo a raccontarci qui fra noi”.

 

Luigina:

volevo comunicarvi che ho fatto un sogno che mi ha parecchio inquietato. Ero in compagnia di una cara amica e stavo andando in un luogo lontano dalla mia città – non saprei dire dove – a costruire una casa abusiva che sarebbe dovuta diventare la mia dimora. La cosa incredibile è che nel sogno svolgevo più ruoli, muratore, architetto, ingegnere …. Ecc. ovviamente non so fare nulla di tutto ciò. Comunque il sogno continuava: io la mia amica Fabiola ed altre persone gettavamo il cemento per le fondamenta.

Al risveglio ero stanchissima.

 

P. :

l’impegno, la partecipazione alla costruzione ed agli scambi in gruppo è molto faticosa. Spesso il vissuto all’interno ha l’apparenza di una struttura abusiva non funzionale.

 

Adriana:

non so perché ma il sogno di Luigina mi ha fatto ricordare che fra 15 giorni andrò per una settimana a Parigi. Ho pensato alla Torre Eifel come ad una cosa vuota ed inutile. In realtà è una delle più grandi risorse della città oltre ad esserne l’emblema. Ma come si fa ad intuire che monumenti, edifici o quant’altro divengano poi opportunità di lavoro e di guadagno?

 

Gino:

ah quante parole sapete dire, io continuamente mi ritrovo nella quotidianità lavorativa a sentire tanta fatica e stanchezza. Anch’io a volte penso di mollare tutto.

 

Il gruppo a questo punto si attiva privilegiando scambi verbali di tipo conviviale.

 

Dieci minuti di silenzio, e poi interviene Angela:

ritengo importante raccontarvi una mia esperienza “proprio ieri due persone mi hanno detto: parola mia! alla fine di un dialogo che lasciava molte cose in sospeso”.

Bene mi è capitato più di una volta che persone, amici, colleghi di lavoro dopo aver affermato “ci penso io, ti do la mia parola” si sono tirati indietro.

 

Fulvio:

già hai ragione, rivolto ad Angela, quante volte ho sentito la stessa risposta, la stessa disponibilità che inopinatamente veniva tradita.

 

Raffaella:

stiamo parlando di fiducia? Ho una cara amica, Isora, con la quale mi trovo benissimo da molti anni. Certo non sempre è facile trovare persone con le quali condividere affetti e problemi.

 

P.:

faccio notare al gruppo che Isora è la struttura che tiene uniti gli atomi delle rocce silice e, inoltre, “soros” in greco significa “gruppo” …. Forse cominciamo a funzionare come gruppo.

 

La seduta finisce qui con i convenevoli ed i saluti.

 

Nella stesura della seduta ho avvertito una sensazione di spiazzamento (controtransfert?); come se avessi sentito il gruppo che comunicava non solo esperienze della vita quotidiana ma anche temi più profondi che facevo fatica a recepire.

Ho ipotizzato che da quel momento in poi nelle sedute si sarebbero potuti creare più spazi e scambi verbali.

Nessuna espressione psichica è quantizzabile è vero, ma è possibile valutarne gli effetti attraverso le emozioni e le azioni susseguenti.

Fatto sta che nelle restanti sedute che hanno preceduto la pausa estiva la complessità delle parole dette in gruppo che si sono succedute, non mi ha impedito di percepire una migliore qualità espressiva sintonica al  mondo interno ed esterno di tutti noi.